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Il muro di Egnatia

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Pubblico con piacere un racconto di Massimo Longo

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"In effetti, cercavo un luogo simile, quasi mistico. E’ uno dei tanti blocchi squadrati venuti giù col tempo del muro di cinta dell’antica della città di Egnatia (a 50 km da qui), un muro di cui, purtroppo, è rimasto ben poco ma quanto basta per capire cosa fosse, una volta, nella realtà: la foto in fondo è eloquente..."

Il muro di Egnatia

L'ho scritto (e pubblicato) in una tarda primavera di qualche anno fa: Con tutta onestà ci pensavo da tempo. E’ solo per una serie di problemi - il caos estivo, le spiagge pullulanti di gente sempre più assomigliante a formiche impazzite nel ricercarsi di un centimetro quadrato su cui sdraiarsi, e il tempo… il maledetto tempo che fugge dannatamente - che non ho potuto farlo.

Oggi era l’ideale andarci.

Ma si, niente lavoro, oggi ferie, chi se ne frega - tanto non sono indispensabile - e poi, non sono un uomo in carriera, anzi, lo sono si, ma… rigorosamente al di fuori del lavoro, su questo non dubitate, la mia carriera è lì, fuori dal badge, fuori dalle carte, penne, da colleghi per lo più frustrati alla ricerca di una carriera perduta, dalla macchinetta orripilante del caffè da 30 centesimi e dal pc; no, la mia carriera è qui, ad un passo dal profumo delle alghe, dell’odore del mare e del silenzio. La mia carriera è l'esaltazione dello spirito, delle mie emozioni, dei miei pensieri, dei miei occhi prima aperti e poi chiusi che quasi fanno concorrenza alle narici per vedere chi incamera più aria marina, iodio incluso.

Si, la giornata sembra deliziosa, non più afa, solo semplicemente estiva, ieri già un’anteprima, poi da queste parti, possiamo permetterci di girare in maniche corte anche il 24 dicembre con spumante e bicchieri e farci gli auguri davanti alla mitica Libreria Laterza, tempio della cultura barese.

Il mio particolare momento, ovviamente, ha fatto da traino e questa mattina, senza pensarci due volte, mi sono armato del necessario, della mia auto, mp3 con la mia solita rassicurante ed intramontabile scaletta e mai desueta - alla De Andrè et similaria per intenderci - e sono venuto qui, al mare.

Bello il mare d’inverno, l’ho sempre amato, nessuno che ti rompe le balle, quella brezza fresca che quasi ti ci vuole un maglioncino, e quell’odore intenso, vero, del mare. Siamo quasi in estate, lo so, ma il mio voleva essere un sopralluogo in attesa di tornarci in un anonimo “12 febbraio”, rigorosamente da solo, in compagnia dei miei pensieri.

Io lo chiamo affettuosamente il “mio” scoglio, perché, una volta, in un illo tempore di quasi 30 anni fa, dopo una giornata passata al mare a crogiolarmi inutilmente al cospetto di amici più o meno banali (me ne sono accorto tardi della loro banalità…), decisi di lasciarli per un paio d’ore per la classica passeggiata senza meta seguendo solo l’istinto del pensiero e della storia, dicendo loro la più classica delle bugie per cui “avevo bisogno di fare due sani passi e che sarei tornato a breve”.

Così, infradito ai piedi, arrivai fino ad un punto in cui la gente, man mano che camminavo, si faceva sempre più rara: solo un paio di topless qua e la, infrattati tra le intercapedini di due scogli, lontano, giustamente, dai soliti occhi indiscreti.

Io, che notoriamente non sono mai stato un guardone, con tutta onestà, non ho potuto fare a meno di gettare lo sguardo, ma giuro che è durato il tempo di un interminabile secondo: in effetti meritavano davvero… ma questo forse importa molto poco e contamina, snaturandolo, lo spirito del mio commento.

Lasciate alle spalle le due splendide tette (anzi quattro) ho continuato a camminare tra non poche difficoltà calpestando rocce appuntite fino ad arrivare ad un punto che ho subito fatto mio promettendomi, da quel momento in avanti, di tornarci più spesso soprattutto ogni qualvolta avessi avuto la necessità di rigenerarmi, come da tradizione, in perfetta e beata solitudine, quasi per meditazione.

Un luogo quasi mistico

In effetti, cercavo un luogo simile, quasi mistico. E’ uno dei tanti blocchi squadrati venuti giù col tempo del muro di cinta dell’antica della città di Egnatia (a 50 km da qui), un muro di cui, purtroppo, è rimasto ben poco ma quanto basta per capire cosa fosse, una volta, nella realtà: la foto in fondo è eloquente...

Nella sua apparente semplicità è, invece, un posto incredibile. Il muro - o meglio, ciò che avanza del muro - è ancora lì, ormai sempre più pendente verso sud, sospinto dalla forza millenaria del maestrale che col tempo, oltre ad erodere le rocce sfioranti e a farne cadere molte, è persino riuscito a far pendere il muro in questione come in una sorta di Torre di Pisa, come dire, muraria.

Egnatia era una celeberrima e florida città dell'Apulia siticulosa citata da Orazio e menzionata negli Annales di Tacito e da altri storici greco-romani, ma era anche una città da dove transitava la "mater viarum", ovvero la Via Appia: chissà quanti personaggi di una certa importanza avranno solcato i lastroni delle strade con le loro carrozze trainate da stanchissimi cavalli: e i solchi sono ancora ben visibili.

Da Orazio ad Augusto, da Cesare a Mecenate, da Plinio a tanti imperatori, dalle semplici merci, alle numerose anfore. Insomma, un avamposto pregno di storia e di sole.

Il mio scoglio, fortunatamente, quantunque sempre + eroso, è sempre qui, e nessuno lo smuove come se, idealmente, ci fosse un cappello sopra ad indicarne un’improbabile proprietà così che mi illudo che nessuno si possa permettere di sederci su. Un'immagine quasi "brechtiana" quasi fosse l'ultimo posto rimasto libero: quello della parte del torto.

Ci sono arrivato, stavolta, direttamente in auto e, con mio grande stupore, ho notato che nel campo adiacente zeppo di terra e pietriccio che è prospiciente all’accesso al mare, dove d’estate pullula di auto parcheggiate (ma non è un parcheggio), sta diventando meta di coppiette, probabilmente serali, anzi senza il probabilmente: inequivocabili fazzolettini gettati qua e la per terra (e non solo fazzolettini…) mi hanno fatto capire che, forse, su quell’"angulus" di oraziana memoria meditativo, tanto agognato, stava per calare il sipario. Era solo una riflessione che non mi ha fatto perdere l’entusiasmo per l’esserci arrivato.

Certo, consideravo che semmai avessi deciso di portare un’amica che fino a quel momento non avevo mai portato e né mi era mai passata l’intenzione di farlo, così… tanto per condividere la meditazione… mi sarei vergognato moltissimo davanti a quei fazzolettini e... a quel “non solo” su menzionato insieme ai fazzolettini: credo che l’ipotetica donna avrebbe potuto equivocare. Meglio non coinvolgere nessuno. Era e sarebbe rimasto un “mio” posto.

Arrivo al “mio” scoglio, un pescatore lontano, arrivato chissà come, in attesa del polpo o del pesce da affidare alle sapienti mani della propria moglie e da immergere nel profumatissimo sugo di mezzogiorno, non mi da, poi, così fastidio. Ci vengo spesso al “mio” scoglio, soprattutto quando ho bisogno di essere da solo, senza nessun rumore, nessuna persona.

Nulla: io, il mare, la storia, il sole e i miei pensieri, insomma, quello che qualcun altro potrebbe interpretare come meditazione. Si, ci vado per una sana meditazione. Finanche Matarrese sembra svanire nel nulla, anzi, sembra quasi voglia decidere di investire dei soldi per allestire una squadra degna.

Il mare è un capolavoro, l’infinito naturalizzato, l’inconsapevole che si materializza, azzurro come non mai, profumato come poche volte, l’odor del sale e delle alghe fresche, appena germogliate, impregna tutto ciò che mi circonda, e se penso all’inverno, il sole irradia già i suoi tiepidi raggi che con l’andar del tempo, diventano sempre + caldi e, quindi, efficaci.

Nessun bambino che strilla e nessuna mamma tracimante nell'eterna pancia da casalinga, in ansia per lui, sbraitante pronta a mollargli un ceffone dopo avergli bestemmiato i morti perché non conosce altri metodi, nessun ombrellone, nessun tormentone estivo assordante ad inquinare l’atmosfera, fortunatamente, e nessun vocio… solo storia che parla, mare e rumore del vento dal quale mi faccio piacevolmente accarezzare ed avvolgere.

C’è, infatti, un leggero maestrale che, con il passar del tempo, sta prendendo corpo senza, tuttavia, alterare l’atmosfera quasi estiva che regna al “muro di Egnatia”. Solo il mare tende ad incresparsi leggermente lasciandosi alle spalle quell’appiattimento tipico dell’alba o del tramonto.

Una delle caratteristiche per cui ho scelto quel posto per meditare, è quella per cui, ogni volta c’è il maestrale, il muro è sufficientemente alto per proteggermi dal vento che, in alcuni giorni, è effettivamente troppo forte. E, come per un gioco di bambini (la mia solita indole infantile che porto sempre con me), anche stavolta mi sono avventurato fine del muro, quasi sull’acqua, per sfidare l’intensità del vento e fare il confronto: protetto dal muro il maestrale non riusciva a spirare, come ho messo testa e piedi fuori oltre il muro, si. La mia mente ha cominciato a spaziare.

Vedo il mare, l’Adriatico, un mare da sempre teatro di eventi, di epiche battagli navali, di navi affondate e chissà ormai dove ubicate in fondo al mare, teatro di traversate di illusorie speranze da parte di dirimpettai slavi, albanesi, curdi e turchi non sempre, purtroppo, andate a buon fine e talvolta mai attraccati…

Insomma, ho cominciato ad immaginare di essere un commerciante di Egnatia che qui, sul porto - i cui resti sono ancora visibili - attende la nave piena di prodotti della Grecia e, ad un tratto, mi è sembrato davvero che la scorgessi in lontananza questa nave… Chissà, però, quando sarebbe arrivata - pensavo tra me e me - posto che fosse riuscita mai ad arrivare.

E’ stato un continuo susseguirsi di immagini che son passate nella mia mente anche se il rumore del vento la faceva da padrone. Il pescatore, in lontananza, sembrava entusiasta per il suo pesciolino appena pescato che, ho sperato, considerate le dimensioni, potesse lasciarlo libero nel suo mare: macchè.

Certo, la solitudine in questo contesto non può che giovarmi, però, in effetti, pensandoci bene, forse, una compagnia sarebbe stata gradita.

Già. Ma quale compagnia… Chi? Mica una qualsiasi.

E poi, con i fazzolettini per terra, come sarebbe andata a finire? No, no, meglio da solo.

Ci sto bene con i miei pensieri, quasi mi sento realizzato, la solitudine spesso è la migliore compagnia, non sempre ovviamente.

Credo, anzi spero, che ci tornerò in autunno e, ovviamente, in inverno. Sicuramente no in estate.

E mentre De Andrè, tramite mp3, mi intima un inequivocabile “non al denaro, non all’amore e né al cielo”, e non dimenticandosi di avvisarmi che, in effetti, “dai diamanti non nasce niente mentre dal letame nascono i fior…” il mio pensiero volge all’immediato, alla quotidianità, e mi rendo conto che un bagno, adesso, è assolutamente indispensabile.

Si, un tuffo di battistiana memoria, dove l’acqua è davvero sempre più blu e poi via perché già scruto strane ed inquietanti auto avvicinarsi...

Massimo Longo

Data pubblicazione: 10/05/2010 (15:12)
Ultimo aggiornamento: 10/05/2010 (15:13)


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